Chi è disposto a dare una mano?

”Balzo del 4,6% tendenziale per l’indice dei prezzi al consumo dei beni del “carrello” questo mese, secondo la stima preliminare dell’Istat, che rileva anche una forbice tra salari e prezzi ai massimi dal 1995.”
Sul sito www.ilfattoquotidiano.it , il 30 Marzo scorso è apparso questo articolo che denota quali sono i veri effetti della politica economica del Governo Monti: un vero disastro per le famiglie italiane!
Il tanto decantato Governo “dei tecnici”, che sta sfornando leggi “ a raffica”, il cui unico scopo è quello di racimolare denaro a spese delle classi sociali meno abbienti, salvando naturalmente i ricchi e i privilegiati, nonostante le tante promesse di equità rimaste solo tali, non ha fatto e non sta facendo nulla di concreto a favore delle famiglie italiane.
Diceva giustamente il comico “Crozza”, durante una delle tante copertine di “Ballarò”, che ai nostri governanti, che guadagnano un sacco di soldi, non frega nulla se aumenta la benzina; anzi, sono pure contenti perché così lo Stato guadagna di più!
Sul fronte politico assistiamo all’ennesimo balletto ipocrita dei vari partiti di maggioranza che per bocca dei loro leaders, ogni giorno, come un disco rotto, ripetono che purtroppo la situazione è tale che “dobbiamo”, pardon “che voi cittadini dovete” fare i sacrifici per salvare l’Italia.

Nessuno di loro è capace di partorire un’idea capace di risollevare le sorti economiche delle famiglie italiane, sottraendole allo sfruttamento delle multinazionali, delle organizzazioni e corporazioni che in tutti questi anni si sono arricchite alle loro spalle con il benestare di tutti i partiti dell’arco costituzionale!

Neanche adesso che la situazione è drammatica e la gente è arrivata a suicidarsi, a darsi fuoco per problemi economici, il Casini, l’Alfano, il Bersani di turno non sono capaci di rinunciare alla loro ipocrisia e lavorare per  far si che i prezzi dei prodotti alimentari scendano, a favore delle famiglie.

Il lettore sicuramente penserà, giustamente, che lo Stato non può intervenire sui prezzi dei prodotti alimentari perché nessuna legge gli concede questa facoltà, visto che il mercato è libero…

Questo è vero, ma è anche vero che nulla vieta allo Stato di fare concorrenza alla grande distribuzione, che detiene il monopolio dei prezzi, creando per legge i presupposti che consentano ai comuni di aprire un proprio spaccio alimentare comunale, come ora possono aprire farmacie comunali.

In Italia, nonostante le figure dei Garanti, creati dai vari Governi, esiste il monopolio intoccabile della grande distribuzione, favorita in tutti i modi dalla politica, che fa il bello e il cattivo tempo riguardo ai prezzi, che paga letteralmente “quattro soldi” le materie prime agli agricoltori, che, grazie ai propri ispettori, ha un sistema di controllo reciproco dei prezzi che impedisce la vera concorrenza, con il benestare di tutte le Autorità deputate al controllo, che, stranamente, non si sono mai accorte che tra un gruppo e l’altro i prezzi dei prodotti si differenziano solo di pochi centesimi.

I prezzi vengono naturalmente “livellati” al rialzo, e chi paga, come al solito, sono i cittadini, che non avendo più il negozietto sotto casa che li riforniva di prodotti locali, chiuso per ovvi motivi economici, sono costretti a sottostare alla qualità e ai prezzi proposti da questi giganti del commercio.
Eppura esiste un modo concreto per far abbassare i prezzi, che da qualche anno a questa parte sto proponendo, inutilmente, ai vari politici di tutti gli schieramenti e ai sindacati.
Fino ad ora nessuno ha risposto perché adottarlo vorrebbe dire danneggiare economicamente il settore della grande distribuzione, che finanzia o che è vicino al proprio partito, per cui è meglio, per questi signori, che continuino a pagare i cittadini.

La mia proposta per ridurre il costo della vita alle famiglie italiane, consentendo loro di risparmiare 200-300 euro al mese che verrebbero sicuramente spesi in altri settori dell’economia, rilanciando gli acquisti, è abbastanza semplice ed occorre solo avere la volontà di attuarla.

Ecco, in sintesi, quello che si potrebbe fare.

Premessa
Con l’avvento dell’euro, è risaputo che il costo della vita è raddoppiato.

Se uno si reca al supermercato per acquistare ad esempio frutta, potrà notare che le mele, che un tempo costavano 1000 lire al kg, ora costano un euro e più.
Chi ha risentito di più di questi aumenti, sono state le famiglie italiane del ceto medio, a reddito fisso, che hanno visto dimezzare il potere di acquisto dei loro salari.
In una famiglia media  una delle voci principali di spesa mensile riguarda l’acquisto di alimenti; un nucleo familiare medio spende per mangiare circa 400-600 euro al mese.
Come descritto precedentemente, in Italia si sono affermati i grossi centri commerciali che a fronte di una maggiore offerta di prodotti, costituiscono di fatto un “cartello” che tiene obbligatoriamente alti i prezzi.
Non so se il lettore avrà mai notato nei supermercati dei personaggi eleganti, con un vistoso cartellino appeso sul taschino della giacca, intenti a rilevare i prezzi dei prodotti e ad annotarli su un libriccino.
Queste persone sono gli ispettori dei centri concorrenti che hanno il compito di controllare i prezzi praticati dalla concorrenza e, aggiungo io, “verificare se  vengono praticati ribassi eccessivi dei prodotti posti in vendita”.
I diretti interessati, sicuramente, sosterranno il contrario, ma la prova che i prezzi dei prodotti non possono essere abbassati sotto una determinata soglia, ci viene fornita dalle vendite sottocosto dei prodotti alimentari, che non sono libere perchè ogni gruppo che le vuole praticare deve chiedere il permesso alla casa fornitrice.

In pratica, secondo quanto mi hanno dichiarato alcuni amici che lavorano in grandi supermercati,  esiste una sorta di tacito accordo della grande distribuzione, teso al mantenimento dei prezzi elevati dei prodotti, al quale nessuno può sfuggire: tutti lo sanno, nessuno interviene! …e chi paga sono i consumatori!
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Nota
E’ risaputo che nella filiera alimentare, considerando che all’origine i prodotti continuano ad essere pagati agli agricoltori cifre irrisorie, chi fa lievitare i prezzi sono principalmente i grossisti e le altre figure intermedie che intervengono successivamente (si pensi a chi solamente gestisce la distribuzione della pasta, che con una sola telefonata in cui dispone il movimento di quintali di prodotto, incassa il 10% del valore della merce trattata, andando logicamente a gravare sul costo totale)!
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La proposta per contrastare questo fenomeno, considerando che le Autorità non possono fare nulla, è la seguente:

Creare un organismo nazionale (per capirci tipo il Consip, che nelle forniture della Pubblica Amministrazione ha fatto e sta facendo risparmiare parecchio denaro), che si occupi di reperire sul mercato nazionale alimenti di qualità, acquistandoli direttamente all’origine (dai produttori) sull’intera penisola, saltando intermediari e grossisti.
Ogni comune dovrà essere libero di creare un negozio di alimentari comunale (come ora è libero di aprire una farmacia), in proprio o in collaborazione con privati, dove saranno disponibili alimenti “nazionali” venduti ad un prezzo equo (praticamente tornando al valore delle vecchie lire), coinvolgendo nell’attività anche gli eventuali esercizi di vicinato del territorio comunale che potrebbero essere danneggiati  dall’iniziativa.

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Nota
La praticabilità di tali prezzi, è confermata dai farmer’s market *, i mercati degli agricoltori che grazie alla Coldiretti, negli ultimi anni stanno spuntando come funghi a livello nazionale.
Si pensi che i loro disciplinari, prevedono, in genere, che il prezzo praticato debba essere quello del listino della Borsa merci della locale camera di Commercio, maggiorato di un max del 50% – 80%.
Un esempio pratico: alcuni mesi fa la Borsa merci della Camera di Commercio di Ascoli Piceno (S.Benedetto del Tronto), prevedeva che gli spinaci dovessero essere venduti dai produttori a 0,15 centesimi al Kg.
Anche applicando la maggiorazione massima prevista dell’80%, come da disciplinare, il produttore poteva vendere quel prodotto al consumatore finale a 27 centesimi, ben lontano dal prezzo di 1, 3 euro con il quale questa verdura veniva venduta presso un centro commerciale!

L’effetto di questa politica dei prezzi e quindi della bontà della mia teoria, mi vennero confermate nel 2009 dall’assessore al Commercio del Comune di Fermo, che mi raccontò ciò che  avvenne nel mercato cittadino dopo l’apertura del farmer market.

I contadini avevano posto in vendita alcuni prodotti a 80 centesimi mentre i commercianti del mercato li vendevano a 1,4 euro.
Con i prezzi aggressivi praticati dagli agricoltori, i commercianti furono costretti ad abbassare i loro, ponendo in vendita gli stessi prodotti a 90 centesimi (pensate al denaro risparmiato dalle famiglie fermane e cosa scatenerebbe un’idea del genere a livello nazionale: gli stipendi e le pensioni recupererebbero come minimo il 40% del loro potere di acquisto!).

* sulla Gazzetta ufficiale n. 301 del 29 dicembre 2007, è stato pubblicato il decreto ministeriale 20 novembre 2007 “Attuazione dell’articolo 1, comma 1065, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, sui mercati riservati all’esercizio della vendita diretta da parte degli imprenditori agricoli”
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Se venisse messa in atto un’iniziativa del genere in campo nazionale, i centri commerciali e i grossisti, se vorranno continuare a vendere i loro prodotti, dovranno per forza abbassare il prezzo perché, altrimenti, a parità di qualità, il consumatore si rivolgerà “sicuramente” alla rivendita comunale.

Il vantaggio di questa iniziativa:

1) enormi guadagni per il comune che consentirebbero l’abbassamento delle tasse locali (visto che in questo modo avrebbe entrate consistenti ed autonome);

2) creerebbe occupazione a tempo indeterminato. In Italia ci sono circa 8000 comuni. Calcolando che in un comune medio di 8000 abitanti, questa attività potrebbe dare lavoro a circa 7-10 persone,  mentre in un comune grande come Milano potrebbe impegnarne qualche centinaio, alla fine si creerebbero 100-130.000 nuovi posti di lavoro stabili;

 3) si aiuterebbe l’agricoltura italiana visto che i contadini avrebbero chi acquista i loro prodotti ad un prezzo decente senza più essere presi per il collo dalla grande distribuzione, che dovrà a sua volta adeguarsi. L’iniziativa potrebbe creare occupazione stabile anche nell’agricoltura.
Secondo i dati forniti dalla Coldiretti, nel 2004, per ogni euro speso dai consumatori per acquistare frutta o verdura, l’azienda agricola ha incassato solo 22 centesimi, l’industria alimentare 30 e la struttura commerciale (grossisti e dettaglianti) ne hanno intascati 48.

Con gli spacci comunali, si creerebbe la possibilità di “saltare” alcuni passaggi della commercializzazione (in pratica si avrebbe la filiera corta, visto che l’organismo nazionale acquisterebbe direttamente alla fonte distribuendo poi i prodotti nei vari depositi comunali), con conseguente risparmio per il consumatore finale che non sarebbe più costretto a sottostare ai prezzi imposti dai grandi centri commerciali.

In pratica si realizzerebbe un calmiere che ridurrebbe drasticamente il costo della vita:
nel momento in cui la grande distribuzione adottasse metodi “da cartello”, occorrerebbe solamente che questo nuovo organismo nazionale commercializzasse gli stessi prodotti a prezzi “normali”, per impedire ogni genere di speculazione.
Con questo sistema si riuscirebbe ad avere sempre sotto controllo il costo della vita, a vantaggio dell’economia nazionale.

Un organismo pubblico, sviluppato come sopra descritto,  in grado di fare reale concorrenza alla grande distribuzione che detiene il monopolio dei prezzi, sarebbe quindi una risposta concreta alle problematiche dei consumatori.

Considerato che attualmente ogni comune può aprire una farmacia (le farmacie comunali erano inizialmente nate per vendere medicinali a prezzi più bassi… ma ora si sono adeguate), da quello che risulta, dopo aver consultato le normative nazionali e europee sulla materia, può a mio avviso essere libero di aprire anche uno spaccio commerciale, visto che nessuna norma nazionale o europea lo vieta.

Conclusione
Ho intitolato questo articolo con “Chi è disposto a dare una mano?” perché, forse, è giunto il momento per tutti noi di mettere le nostre capacità al servizio degli altri, per il bene comune.
In 32 anni di lavoro non avevo mai visto una crisi economica del genere, non avevo mai sentito di semplici cittadini che si suicidavano, addirittura dandosi fuoco, per i debiti.
Non avevo mai visto i nostri politici italiani dare in pasto le famiglie italiane più povere e indifese all’ingordigia delle banche, al Dio Euro, ai poteri forti che governano l’economia mondiale.

Questa mia proposta è fattibile e potrebbe risollevare la situazione economica di tante famiglie italiane, ridistribuendo in maniera “equa” le ingenti risorse economiche che da anni vengono incamerate dalla grande distribuzione.

Spero che tutti coloro che condividono i contenuti di questo articolo e che hanno rapporti di amicizia con politici onesti (pochi, ma ce ne sono!), sindacalisti, associazioni di consumatori, giornalisti, si facciano portavoce, invitandoli a vagliare quanto da me proposto.

Per rilanciare l’Italia, non occorre prendersela con i taxisti o aumentare le farmacie, occorre solo vedere dove finiscono i soldi, verificare le fonti di spesa e intervenire su queste!
Questo i nostri governanti, docenti universitari di economia, non lo hanno ancora capito!

Piero Nuciari

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