L’obbligo di esporre in etichetta l’indicazione dell’origine degli alimenti

A seguito dei continui scandali relativi a contraffazioni alimentari che a cadenza quasi annuale invadono le pagine dei media nazionali ed europei, i consumatori italiani, attraverso le proprie associazioni, hanno più volte manifestato – nel corso degli anni – l’esigenza di voler conoscere il luogo di origine dei prodotti agroalimentari consumati quotidianamente, al fine di tutelare la propria salute.
I colleghi ricorderanno sicuramente lo scandalo delle arance al mercurio provenienti dal Sudafrica di qualche anno fa, o quello della frutta maturata artificialmente con gas proibiti in alcune grotte del napoletano, o quello dei pomodori cinesi coltivati mediante l’uso di prodotti chimici – altamente tossici- proibiti da decenni in Europa.
Nell’agosto del 2004 lo stato Italiano – per rispondere a tali esigenze – ha emanato la Legge n. 204 che prevede di estendere a tutti gli alimenti l’indicazione obbligatoria dell’origine in etichetta.
L’articolo 1 bis della legge stabilisce che: “Al fine di consentire al consumatore finale di compiere scelte consapevoli sulle caratteristiche dei prodotti alimentari posti in vendita, l’etichettatura dei prodotti medesimi deve riportare obbligatoriamente, oltre alle indicazioni di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 27 gennaio 1992, n. 109, l’indicazione del luogo di origine o provenienza”.
Precisando che: “Per luogo di origine o provenienza di un prodotto alimentare non trasformato si intende il Paese di origine ed eventualmente la zona di produzione e, per un prodotto alimentare trasformato, la zona di coltivazione o di allevamento della materia prima agricola utilizzata prevalentemente nella preparazione e nella produzione.”
Di seguito

 LATTE FRESCO

Per il latte fresco, il Decreto del Ministero delle politiche agricole e forestali del 14 gennaio 2005, avente come oggetto “Linee guida per la stesura del manuale aziendale per la rintracciabilità del latte”, definisce le indicazioni obbligatorie sull’origine da riportare sulle confezioni poste in vendita.
Come già descritto in precedenti articoli, laddove sia possibile dimostrare la provenienza del latte fino agli allevamenti di origine, le etichette debbono riportare obbligatoriamente la dicitura: “ZONA DI MUNGITURA”, seguita dall’indicazione del comune della provincia o della regione nella quale sono ubicate le stalle.

Nel caso in cui risulti impossibile risalire agli allevamenti di origine, la normativa consente di indicare solamente il nome del paese (Es.Italia). Nell’ipotesi in cui il latte provenga da più Stati membri, andrà inserita l’indicazione: Ue.
Se il latte proviene sia da paesi Ue che extracomunitari o solo da questi ultimi, l’indicazione da riportare è invece: Paesi terzi.  

CARNE BOVINA

Come i colleghi sapranno, il Regolamento Ce n. 1760 del 17 luglio 2000 ha istituito l’obbligo di una specifica etichettatura delle carni bovine e dei prodotti a base di carne bovina. In Italia dal 1° gennaio 2002 la carne bovina posta in vendita deve essere munita di un’ etichetta con riportate le seguenti informazioni:

– codice di identificazione del singolo animale da cui provengono le carni o il numero di identificazione di un gruppo di animali; – nome dello Stato membro o del Paese terzo in cui è situato il macello; – nome dello Stato membro o del Paese terzo in cui è situato il laboratorio di sezionamento; – nome dello Stato membro o del Paese terzo in cui è nato l’animale; – nome dello Stato membro o del Paese terzo (eventualmente più di uno) in cui è stato effettuato l’ingrasso. 

ORTOFRUTTICOLI

Relativamente ai prodotti ortofrutticoli il Regolamento Ce n. 2200, del 28 ottobre 1996, ha stabilito che sulle etichette dei prodotti posti in vendita è obbligatorio, fra le altre cose, indicare: – il Paese d’origine ed, eventualmente, anche la zona di produzione (provincia-regione); – la varietà, la categoria (extra, I°, II°) ed il calibro.

Nota1
Non tutti i prodotti ortofrutticoli debbono essere etichettati.
Di seguito si riportano quelli esclusi dalla normativa:
bietole, cicoria, basilico, cipolle fresche, cavolfiori, falcette, pompelmi, ananas, finocchi, loti, legumi secchi, arachidi, ceci, borlotti freschi, fava, noci di cocco, pinoli, castagne, radicchio, patate, prezzemolo, rape, rucola, aromi-odori.
Nota 2
L’obbligo di etichettatura non riguarda gli agricoltori che vendono i prodotti ortofrutticoli direttamente ai consumatori. 

 UOVA

L’obbligo di etichettatura delle uova è in vigore dal 1° gennaio 2004.
Tale incombenza è stata prevista dal Regolamento Ce n. 2052 del novembre 2003, relativo alle norme di commercializzazione applicabili alle uova.
Da tale data i produttori hanno dovuto stampigliare sul guscio un codice alfanumerico così composto:  – un numero, posto all’inizio, che indica il tipo di allevamento (0 per la produzione biologica, 1 all’aperto, 2 a terra, 3 in gabbia); – la sigla dello Stato in cui è stato deposto (IT per il nostro Paese); – il codice ISTAT del Comune; – la sigla della Provincia; – un numero progressivo che identifica l’allevamento. 

MIELE

Con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 179 del maggio 2004, in attuazione della Direttiva comunitaria n. 110 del 2001, dal primo Agosto 2004 sulle confezioni di miele deve essere riportata l’indicazione relativa al Paese o ai Paesi d’origine in cui il miele è stato raccolto.Se il prodotto posto in vendita proviene per intero dal territorio nazionale, tale circostanza deve essere indicata sulla confezione con la parola “Italia”.  

POLLAME

L’Ordinanza 26 agosto 2005 del Ministero della Salute, entrata in vigore il 17 ottobre 2005, ha esteso anche al pollame l’obbligo di riportare in etichetta il paese d’origine delle carni.
Nell’ipotesi in cui i polli siano stati allevati nel nostro Paese, il macellatore deve inserire in etichetta le seguenti informazioni: – la sigla IT oppure Italia, seguita dal numero identificativo di registrazione dell’allevamento di provenienza degli animali; – la data o il numero di lotto di macellazione; – il numero di riconoscimento dello stabilimento di macellazione. Nel caso le carni siano sottoposte a sezionamento, l’etichetta deve invece riportare i seguenti dati: – la sigla IT oppure Italia, seguita dalla sigla della provincia o province degli allevamenti che hanno costituito il lotto di sezionamento delle carni; – la data di sezionamento o il numero di lotto di sezionamento; – il numero di riconoscimento dello stabilimento di sezionamento. 

PASSATA DI POMODORO

L’articolo 1 del Decreto 23 settembre 2005 emanato dal Ministero delle Attività Produttive, definisce “passata di pomodoro” il prodotto ottenuto “direttamente da pomodoro fresco, sano e maturo, avente il colore, l’aroma ed il gusto caratteristici del frutto da cui proviene, per spremitura, eventuale separazione di bucce e semi e parziale eliminazione dell’acqua di costituzione in modo che il residuo ottico rifrattometrico risulti compreso tra 5 e 12 gradi Brix, con una tolleranza di 3%, al netto del sale aggiunto”. Il provvedimento consente l’aggiunta di sale, correttori di acidità, spezie, erbe, piante aromatiche, mentre la presenza di bucce e di semi non deve superare il limite del 4% in peso del prodotto finito.
In base al Decreto MiPAF del 17 Febbraio 2006, dal 15 giugno 2006, inoltre, sull’etichetta della passata di pomodoro deve essere riportata l’indicazione della zona di coltivazione del pomodoro fresco utilizzato.

Nota
Il decreto pone fine alla vendita con la dicitura “passata di pomodoro” di derivati del pomodoro ottenuti per diluizione di prodotto concentrato, spesso proveniente dall’estero. Questo prodotto potrà continuare ad essere commercializzato solamente con nomi differenti, evitando così il rischio di generare confusione nel consumatore.  

                                                                                          Piero Nuciari

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