Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto Ministeriale che farà nascere anche in Italia i Farmer’s Market. Le novità per i produttori agricoli e per i consumatori.

I farmer’s market sono entrati ufficialmente nel quadro normativo italiano.
Per i consumatori è in arrivo una novità che rivoluzionerà la politica commerciale in Italia favorendo, per la prima volta dopo decenni, le famiglie italiane.

I Farmer’s Market, già noti all’estero, sono spazi dove i produttori possono vendere direttamente i propri prodotti alimentari orto-frutticoli ai consumatori, attuando il concetto di “filiera corta”.

La filiera corta o a circuito breve è quell’insieme di attività che prevedono un rapporto diretto tra produttori e consumatori, singoli o associati, che accorcia il numero degli intermediari commerciali e diminuisce il prezzo finale.

All’estero, secondo la Coldiretti, il sistema di vendita diretta dei produttori agricoli sta  riscuotendo un grande successo in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, dove il loro numero è cresciuto nell’arco di cinque anni del 30%, passando da circa 3000 agli oltre 3700 e interessando anche le aree di prestigio di grandi centri come New York.
Negli ultimi anni, a causa del caro-vita, sette italiani su dieci si sono organizzati per acquistare frutta, verdura ed altri alimenti direttamente dai produttori per avere prodotti più genuini e per pagarli, contrariamente a quanto avviene nella grande distribuzione, il giusto.
In Italia il primo esperimento di farmer market, partito a Taranto qualche anno fa grazie ad una legge del 2001,  ha riscosso un successo impensabile.
Si pensi che addirittura i produttori di latte locali, a seguito di questa iniziativa, non vendono più il latte alle industrie del Nord,  che dalle 850 lire al litro pagate venti anni fa, ora pagavano appena 36 centesimi di euro. Questa scelta – in controtendenza – ha portato maggiori introiti agli agricoltori, notevoli risparmi ai consumatori, e ha favorito, nel contempo, l’occupazione.
Sempre s
econdo la Coldiretti, i farmer’s market potranno garantire ai consumatori risparmi medi dal 30 al 60 per cento; tali attività, tuttavia, in base ai contenuti del Decreto Ministeriale, dovranno essere regolamentate a livello di ente locale, per non creare disagi ai commercianti del settore alimentare.
In base al provvedimento ministeriale, potranno essere messi in vendita nelle aree predisposte, solo i beni prodotti direttamente sul territorio stesso e la gestione del mercato sarà strettamente locale. Comuni e province dovranno decidere come autorizzarle, in quali posti, con quale frequenza e se gli agricoltori che vorranno parteciparvi dovranno acquisire una sorta di patentino. Poi il prezzo della vendita sarà deciso dai singoli produttori.
Davanti a questa iniziativa, la grande distribuzione sorride a denti stretti.
La Coop, per esempio, sta pensando di dedicare ai «farmer» degli spazi all´interno della grande distribuzione, per attirare un consumatore che alla fine potrebbe decidere di fare lì anche il resto della spesa: in pratica un chiaro tentativo di salvarsi in “zona Cesarini”, dopo anni in cui la grande distribuzione ha esercitato una sorta di “cartello” a discapito dei consumatori.

Tutti avranno notato, girando all’interno dei centri commerciali, delle persone eleganti, con un tesserino plasticato posto ben in vista, intenti a registrare su un taccuino i prezzi dei prodotti posti in vendita. Queste persone sono gli “ispettori” dei centri commerciali concorrenti che hanno il compito di controllare che i prezzi esposti siano “uniformi” al resto della distribuzione, ad eccezione dei prodotti di richiamo. In pratica il sistema commerciale italiano, nonostante quel che se ne dica,  non permette la concorrenza.
Dimostrare l’esistenza di un vero e proprio “cartello”,  tendente ad uniformare i prezzi degli alimentari verso l’alto, a discapito dei consumatori, non è quindi un’impresa difficile.

Con i Farmer’s market, per fortuna, le cose cambieranno. Ma vediamo nel particolare le novità introdotte dal Decreto Ministeriale.

Per prima cosa è da evidenziare che i mercati dei produttori agricoli (farmer’s markets) erano stati previsti dall’art. 1, comma 1065, della Finanziaria 2007.
Il suddetto comma prevedeva che, al fine di promuovere lo sviluppo dei mercati degli imprenditori agricoli a vendita diretta,  le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, avrebbero dovuto stabilire i requisiti uniformi e gli standard per la realizzazione di detti mercati, anche in riferimento alla partecipazione degli imprenditori agricoli, le modalita’ di vendita e nel contempo la trasparenza dei prezzi, nonche’ le condizioni per poter beneficiare degli interventi previsti dalla legislazione in materia.

Ma  la possibilità di vendere direttamente al pubblico i prodotti agricoli di propria produzione e non era già prevista dall’art. 4 del D.Lgs. 18 maggio 2001, n. 228,  tuttora in vigore, avente come oggetto: Orientamento e modernizzazione del settore agricolo, a norma dell’articolo 7 della legge 5 marzo 2001, n. 57”.
In base al suddetto articolo, gli imprenditori agricoli, singoli o associati, iscritti nel registro delle imprese di cui all’art. 8 della legge 29 dicembre 1993, n. 580, potevano e possono vendere direttamente al dettaglio, in tutto il territorio della Repubblica, i prodotti provenienti in misura prevalente dalle rispettive aziende, osservate le disposizioni vigenti in materia di igiene e sanita’.
Al successivo comma 4, viene precisato che qualora si intenda esercitare la vendita al dettaglio, non in forma itinerante, su aree pubbliche o in locali aperti al pubblico, la comunicazione è indirizzata al sindaco del comune in cui si intende esercitare la vendita. Per la vendita al dettaglio su aree pubbliche mediante l’utilizzo di un posteggio la comunicazione deve contenere la richiesta di assegnazione del posteggio medesimo, ai sensi dell’art. 28 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114.

Il D.Lgs. n. 228/2001, aveva già di fatto rivoluzionato il settore agricolo, fino a quel momento disciplinato dalla legge 9 Febbraio 1963, n. 59, notevolmente più restrittiva, prevedendo addirittura, all’art. 1, la possibilità per l’imprenditore agricolo, di esercitare, oltre alle attività di coltivazione o allevamento, anche la manipolazione, la conservazione, la trasformazione, la commercializzazione e la valorizzazione dei prodotti agricoli, a condizione che dette attività riguardino prevalentemente i prodotti derivanti dalla coltivazione del proprio fondo o dall’allevamento dei propri animali. Inoltre, aveva consentito all’imprenditore agricolo di esercitare attività che prescindono dalla produzione di beni, unico ambito a cui era riferita l’attività agricola dalla legislazione antecedente , potendo ora anche fornire beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse normalmente impiegate nell’esercizio della propria attività.
La norma aveva anche semplificato le procedure burocratiche nell’ipotesi di commercializzazione di prodotti non provenienti dalla propria attività aziendale, seppur non prevalenti rispetto a quelli propri, ovvero derivati e ottenuti dalle attività di manipolazione o trasformazione inerenti il ciclo produttivo dell’impresa, senza doversi munire di ulteriori atti autorizzatori oltre quello che abilita alla vendita diretta.
Ultima importante innovazione introdotta dalla “legge di orientamento” del 2001, riguardava la vendita diretta.

L’articolo 4 aveva infatti introdotto la “comunicazione” al posto della prevista “autorizzazione comunale”, disponendo che la vendita potesse  essere effettuata decorsi trenta giorni dal ricevimento della comunicazione.

Nota
Con ciò è venuta meno la necessità di un espresso provvedimento autorizzatorio, essendo sufficiente il decorso di trenta giorni per poter considerare acconsentito da parte dell’Amministrazione comunale l’inizio dell’esercizio dell’attività di vendita.
Nella vigenza della precedente disciplina, invece, il mancato rilascio dell’autorizzazione entro il previsto termine di 15 giorni dava luogo ad una ipotesi di silenzio rigetto con conseguente impossibilità di poter esercitare la vendita diretta.
 

Sempre in termini di semplificazione degli adempimenti amministrativi a favore dei produttori agricoli, l’ 2-quinquies del decreto legge n. 2 del 2006, convertito nella legge n. 81 del 2006, aveva disposto che per la vendita al dettaglio esercitata su superfici all’aperto nell’ambito dell’azienda agricola o di altre aree private di cui gli imprenditori agricoli abbiano la disponibilità non era necessaria la comunicazione di inizio attività.Per quanto sopra, considerato che già dal 2001 i mercati agricoli potevano già essere creati, viene spontaneo chiedersi cosa differenzia il nuovo Decreto Ministeriale dalla legge preesistente e perché il legislatore ha emanato la nuova normativa.

Per prima cosa è da evidenziare che con il nuovo Decreto Ministeriale, laddove venissero creati nei vari comuni questi nuovi mercati agricoli, i produttori potranno vendere esclusivamente i prodotti di propria produzione, favorendo l’economia locale e, soprattutto, limitando i danni ai commercianti del settore alimentare locali, costretti a rifornirsi dai soliti grossisti con i prezzi che tutti conosciamo.

Nota
L’art. 4, comma 8, del D.Lgs. 18 maggio 2001, n. 228, consente la vendita di prodotti non provenienti dalle rispettive aziende per un ammontare di 160.000 euro per gli imprenditori agricoli individuali ovvero 4 milioni di euro per le società. In pratica secondo questa normativa i suddetti imprenditori possono vendere nei mercati anche prodotti non di loro produzione fino al raggiungimento di un determinato fatturato, superato il quale rientrano anche loro nelle previsioni del D.Lgs. 114/98.
E’ inutile aggiungere che nonostante i buoni propositi del legislatore a favore degli agricoltori, quella concessa è di fatto una deroga che consente una concorrenza sleale nei confronti dei commercianti del settore alimentare.

L’articolo 1, comma 2, del nuovo decreto, consente a più figure di creare questi nuovi mercati; è infatti previsto che questa iniziativa possa competere sia al Comune o su richiesta degli agricoltori singoli o associati. Nel caso in cui la richiesta provenga dagli agricoltori e dalle loro associazioni, è previsto un silenzio assenso di 60 giorni .

Altro nota da segnalare è il contenuto dell’articolo 2, comma 3, che prevede in capo agli agricoltori, l’obbligo di rispettare i contenuti del DLgs. 109/92 in materia di etichettatura dei prodotti posti in vendita e le norme igieniche in vigore.

Nota
Per quanto sopra possiamo dire che se il D.Lgs. 114/98 non può esser applicato fino al superamento del fatturato relativo alla vendita di prodotti non di propria produzione, i produttori agricoli dovranno invece rispettare le norme in  materia di igiene degli alimenti, che dovranno essere  etichettati nel rispetto della disciplina in vigore per i singoli prodotti e con l’indicazione del luogo di origine territoriale, dell’impresa produttrice e del prezzo per unità di misura.

L’articolo 4, comma 3, del nuovo Decreto Ministeriale, affida ai  comuni il compito di istituire o autorizzare i mercati agricoli di vendita diretta sulla base di un disciplinare di mercato che regoli le modalità di vendita, finalizzato alla valorizzazione della tipicità e della provenienza dei prodotti medesimi e ne danno comunicazione agli Assessorati all’Agricoltura delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano.In pratica gli enti, nell’istituire i suddetti mercati, dovranno tener conto delle seguenti regole, ormai collaudate negli altri stati europei dove il fenomeno si è sviluppato da più tempo:

1) scegliere un’ubicazione piuttosto centrale, ad esempio la zona pedonale o la piazza del mercato,e disporre di parcheggi logistici per i venditori e per gli acquirenti;
2) Fare in modo che il mercato abbia luogo ogni settimana, possibilmente nello stesso luogo e nello stesso giorno;
3) Prevedere la possibilità di consegne a domicilio nell’ambito cittadino per acquisti superiori a 20 kg;4) Cercare di arricchire il mercato con il maggior numero possibile di espositori che presentino però prodotti diversificati. Il numero minimo di espositori dovrebbe essere di 12-20, che devono presentare tutti i generi alimentari; 5) Fare in modo che l’aspetto del mercato contadino sia uniforme: stessi colori, abbigliamenti e grembiuli omogenei;6) Attuare una campagna pubblicitaria attraverso giornali, stampa, radio, affissione di cartelloni pubblicitari al fine di informare i consumatori;7) Controllare che le attrezzature per la vendita (ad esempio gazebo e bancarelle) siano a norma e che il mercato abbia una sua polizza di responsabilità civile;

8) Realizzare un catalogo del mercato contadino, facile da leggere e molto chiaro, che contenga la piantina e la descrizione  di tutti gli espositori e di tutti i prodotti offerti.

A queste condizioni i mercati contadini potranno veramente costituire l’ancora di salvataggio dell’economia delle famiglie italiane, visto che la frutta, la verdura, il latte, le confetture, la pasta, gli affettati e i formaggi, costituiscono le principali voci di uscita dei bilanci mensili familiari.

Nota
Secondo le associazioni di settore, entro il 2008 saranno circa 100 i mercatini degli agricoltori che nasceranno nelle città italiane, per arrivare, nel 2010, a 400-500 mercati attivi, per un totale di 6000-8000 imprese agricole coinvolte.

Sta ora ai politici locali dare il via o meno a queste nuove realtà considerato che lo scoglio principale è la redazione del regolamento. Purtroppo in Italia è ancora la burocrazia a fare da padrona, e questo è uno dei casi in cui, con molta probabilità, darà ancora del filo da torcere.

                                                                                                       Piero Nuciari

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