Ancora vincoli su bar e ristoranti. Alcune considerazioni

Con le ultime risoluzioni del Ministero delle Attività Produttive del 10 Ottobre 2006, il Decreto Bersani sulle liberalizzazioni, convertito nella legge 248/2006, ha nuovamente mostrato la sua debolezza. Coloro che erano già convinti di poter aprire liberamente bar o ristoranti senza dover rispettare i parametri numerici, dopo la Risoluzione n. 8791, del 10 Ottobre scorso, hanno di nuovo subito l’ennesima “doccia fredda”.
Secondo il Ministero, infatti, l’apertura di bar e ristoranti resta subordinata ai parametri numerici per il rilascio delle autorizzazioni che i comuni debbono predisporre.
Anche se queste problematiche interessano marginalmente gli operatori addetti ai controlli commerciali, come cittadini resta difficile non pensare che la tanto sbandierata “liberalizzazione” sia, di fatto, l’ennesima bolla di sapone.
Dopo l’esito delle trattative con i taxisti a tutti note, dopo la decisione dell’Ordine degli Architetti di perseguire disciplinarmente i propri aderenti che emetteranno parcella in base alle disposizioni previste dal decreto Bersani, assistiamo, di fatto, all’ulteriore retromarcia del Ministero sull’ennesima “liberalizzazione” che avrebbe, in teoria, favorito i consumatori.
Purtroppo il “malcostume” tutto italiano di correggere le normative emanate attraverso circolari interpretative, risposte a quesiti e/o attraverso pareri di dirigenti ministeriali – che dal punto di vista della gerarchia delle fonti del diritto non hanno alcuna rilevanza  se espressi in  contrasto con le normative licenziate – continua ad imperversare senza che il legislatore vi ponga rimedio.
Basterebbe solo che, nella stesura delle norme, i nostri politici si sforzassero di utilizzare correttamente la lingua italiana, senza termini ambigui né inutili “giri di parole”.

Tornando al parere Ministeriale del 10 Ottobre 2006, non è possibile non notare una leggera contraddizione tra quanto precisato dall’esperto del Ministero e la normativa oggetto del quesito, dalla quale – ad avviso di chi scrive – si evince chiaramente che la liberalizzazione, in origine,  riguardava anche le attività di ”somministrazione di alimenti e bevande”, visto anche che lo scopo dichiarato dal Ministro era ed è quello di favorire la concorrenza commerciale e le famiglie dei consumatori.
 
Proviamo ad analizzare l’articolo 3 nel tentativo di provare quanto sopra esposto.

D’acchito si nota è che alla fine del primo capoverso del 1° comma è scritto che “le attività commerciali come individuate dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114,  e di somministrazione di alimenti e bevande sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni.
 

Considerazione
…quindi viene stabilito che anche le attività di somministrazione di alimenti e bevande sono svolte SENZA “ i seguenti limiti e prescrizioni”…;  in pratica viene affermato espressamente che l’articolo riguarda ANCHE i pubblici esercizi.

Andiamo ora ad analizzare se i limiti e le prescrizioni che vengono eliminati riguardano o riguardavano la somministrazione di alimenti e bevande.

”[omissis]
a) l’iscrizione a registri abilitanti ovvero possesso di requisiti professionali soggettivi per l’esercizio di attività commerciali, fatti salvi quelli riguardanti il settore alimentare e della somministrazione degli alimenti e delle bevande;”

Considerazione
Qui viene detto che è soppressa l’iscrizione a registri abilitanti (R.E.C.), ma che permane l’obbligo del possesso dei requisiti professionali soggettivi per l’esercizio di attività commerciali nel settore alimentare e della somministrazione degli alimenti e delle bevande…
Quindi, in pratica, a parte l’eliminazione del noioso iter burocratico, peraltro espletabile in poche ore, relativo alla procedura burocratica di iscrizione al REC,  non cambia nulla, visto che resta in piedi l’obbligo, abbastanza impegnativo ed oneroso, di partecipare ai corsi abilitanti a seguito dei quali è possibile ottenere, previo esame finale, l’attestazione del possesso dei requisiti professionali abilitanti.

“[omissis]
 b) il rispetto di distanze minime obbligatorie tra attività commerciali appartenenti alla medesima tipologia di esercizio;”

Considerazione
E’ noto che gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande non hanno l’obbligo di una distanza minima (le attività sono solo contingentate)…
Quindi anche il contenuto dell’art. 3, lettera b), non riguarda i pubblici esercizi…  

 “[omissis]
c) le limitazioni quantitative all’assortimento merceologico offerto negli esercizi commerciali, fatta salva la distinzione tra settore alimentare e non alimentare;”

Considerazione
Anche il contenuto della lettera c) non riguarda i pubblici esercizi…

“[omissis]
d) il rispetto di limiti riferiti a quote di mercato predefinite o calcolate sul volume delle vendite a livello territoriale sub regionale;”

Considerazione
Circa il rispetto dei limiti riferiti a quote di mercato predefinite, è da dire che la materia, secondo il parere del Ministero  e di alcune associazioni di categoria, non riguarderebbe gli esercizi di somministrazione.

“[omissis]
e) la fissazione di divieti ad effettuare vendite promozionali, a meno che non siano prescritti dal diritto comunitario;”

Considerazione
Anche la lettera e) non riguarda sicuramente i pubblici esercizi…

“[omissis]
f) l’ottenimento di autorizzazioni preventive e le limitazioni di ordine temporale o quantitativo allo svolgimento di vendite promozionali di prodotti, effettuate all’interno degli esercizi commerciali, tranne che nei periodi immediatamente precedenti i saldi di fine stagione per i medesimi prodotti;”

Considerazione
Lo stesso dicasi per la lettera f)

“[omissis]
f-bis) il divieto o l’ottenimento di autorizzazioni preventive per il consumo immediato dei prodotti di gastronomia presso l’esercizio di vicinato, utilizzando i locali e gli arredi dell’azienda con l’esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l’osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie”

Considerazioni
Anche la lettera f-bis riguarda gli esercizi di vicinato e non i pubblici esercizi…

“[omissis]
2. Sono fatte salve le disposizioni che disciplinano le vendite sottocosto e i saldi di fine stagione.3. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari statali di disciplina del settore della distribuzione commerciale incompatibili con le disposizioni di cui al comma 1.4. Le regioni e gli enti locali adeguano le proprie disposizioni legislative e regolamentari ai principi e alle disposizioni di cui al comma 1 entro il 1° gennaio 2007.”

Considerazioni
I pubblici esercizi non vengono citati nemmeno negli ultimi commi (2, 3 e 4) dell’art. 3

Alla luce di quanto sopra esposto, è possibile asserire che il “nodo della questione” è l’interpretazione da dare al contenuto della lettera “d”.
Se “il rispetto di limiti riferiti a quote di mercato predefinite” è da riferirsi, come dichiarato dal Ministero, solo agli esercizi di vicinato, resta alquanto difficile capire come mai, alla fine del primo capoverso del comma 1, il legislatore abbia inserito anche gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande.
Inoltre (e mi si perdoni la nota polemica) non si capisce come la soppressione del R.E.C. per gli esercizi di somministrazione possa “garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed il corretto ed uniforme funzionamento del mercato “ quando viene comunque previsto (giustamente, diciamo noi!) in capo agli addetti alla somministrazione, il possesso dei requisiti professionali soggettivi.
Come si può affermare che viene favorita la concorrenza commerciale spostando solamente la sede degli esami dei “corsi di formazione” – che comunque dovranno ancora essere espletati dagli interessati – evitando solo la prassi burocratica di iscrizione al R.E.C.?
Quali vantaggi hanno (o hanno avuto) i consumatori per la soppressione del R.E.C.?

Detto con una colorita battuta del Ministro Di Pietro…  che “c’azzecca” la somministrazione di alimenti e bevande con il Decreto Bersani?

                                                                                                   Piero Nuciari

 L.248/2006 (Decreto Bersani sulla liberalizzazione) 
Art. 3.Regole di tutela della concorrenza nel settore della distribuzione commerciale1. Ai sensi delle disposizioni dell’ordinamento comunitario in materia di tutela della concorrenza e libera circolazione delle merci e dei servizi ed al fine di garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed il corretto ed uniforme funzionamento del mercato, nonché di assicurare ai consumatori finali un livello minimo ed uniforme di condizioni di accessibilità all’acquisto di prodotti e servizi sul territorio nazionale, ai sensi dell’articolo 117, comma secondo, lettere e) ed m), della Costituzione, le attività commerciali, come individuate dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, e di somministrazione di alimenti e bevande sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni:a) l’iscrizione a registri abilitanti ovvero possesso di requisiti professionali soggettivi per l’esercizio di attività commerciali, fatti salvi quelli riguardanti il settore alimentare e della somministrazione degli alimenti e delle bevande;b) il rispetto di distanze minime obbligatorie tra attività commerciali appartenenti alla medesima tipologia di esercizio;c) le limitazioni quantitative all’assortimento merceologico offerto negli esercizi commerciali, fatta salva la distinzione tra settore alimentare e non alimentare;d) il rispetto di limiti riferiti a quote di mercato predefinite o calcolate sul volume delle vendite a livello territoriale sub regionale;e) la fissazione di divieti ad effettuare vendite promozionali, a meno che non siano prescritti dal diritto comunitario;f) l’ottenimento di autorizzazioni preventive e le limitazioni di ordine temporale o quantitativo allo svolgimento di vendite promozionali di prodotti, effettuate all’interno degli esercizi commerciali, tranne che nei periodi immediatamente precedenti i saldi di fine stagione per i medesimi prodotti;f-bis) il divieto o l’ottenimento di autorizzazioni preventive per il consumo immediato dei prodotti di gastronomia presso l’esercizio di vicinato, utilizzando i locali e gli arredi dell’azienda con l’esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l’osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie.2. Sono fatte salve le disposizioni che disciplinano le vendite sottocosto e i saldi di fine stagione.3. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari statali di disciplina del settore della distribuzione commerciale incompatibili con le disposizioni di cui al comma 1.4. Le regioni e gli enti locali adeguano le proprie disposizioni legislative e regolamentari ai principi e alle disposizioni di cui al comma 1 entro il 1° gennaio 2007.

Risoluzione Ministero delle Attività Produttive
del 10/10/2006  prot. n. 0008791.
  OGGETTO:  Decreto Legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito con Legge 4 agosto 2006, n. 248- Art. 3, comma 1, lettera d).  TESTO:  Si fa riferimento al quesito di codesto Comune, con il quale si chiede un parere circa la corretta interpretazione dell’art. 3, comma 1, lett. d) della legge in oggetto. Detta disposizione stabilisce che  “…le attività commerciali, come individuate dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, e di somministrazione di alimenti e bevande sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni: (…) d) il rispetto di limiti riferiti a quote di mercato predefinite o calcolate sul volume delle vendite a livello territoriale sub regionale; (…)”. Nello specifico si domanda se il predetto principio si riferisca anche alla determinazione dei parametri numerici previsti per il rilascio delle autorizzazioni, relative all’attività di somministrazione di alimenti e bevande, di cui alla legge 25 agosto 1991, n. 287. Al riguardo, si richiama il punto 5.1 della circolare n. 3603 del 28 settembre u.s., nel quale la scrivente ha precisato che il suddetto principio, facendo espresso richiamo non solo alle quote di mercato, ma anche al volume di vendite non può che riferirsi alle attività commerciali disciplinate dal decreto legislativo n. 114/98. Non solo, nella medesima circolare, al punto 11.1, la scrivente ha richiamato espressamente l’attuale  vigenza della programmazione mediante appositi “atti”, per tale intendendo la predisposizione da parte dei comuni dei parametri numerici per il rilascio delle autorizzazioni di cui all’art. 5, comma 1, lettere, a). b) c) e d) della legge 287/91. A conferma di quanto sopra riferito, interviene, inoltre, il punto 9.3 della citata circolare che, nel richiamare l’art. 2 della legge n. 25/96, assicura la vigenza del metodo di programmazione basato sui parametri, in quanto precisa che l’unico effetto delle nuove disposizioni sul comma 1 del medesimo art. 2 è quello dell’eliminazione del “conforme parere delle commissioni previste dell’art. 6” (in quanto soppresse dall’art. 11, comma 1 della legge in oggetto n. 248).                                                                                         IL DIRETTORE GENERALE

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