La somministrazione di acqua potabile trattata

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Negli ultimi anni sta prendendo piede, presso i pubblici esercizi, l’abitudine di somministrare alla clientela acqua trattata.
Anche se questa scelta è da attribuire probabilmente alla crisi economica e alla lievitazione dei prezzi della minerale, è importante sapere che esistono anche in questo settore delle regole che debbono essere rispettate.
Innanzitutto è bene chiarire cosa prevedono le norme in vigore e  come deve essere presentata e somministrata l’acqua potabile trattata presso un pubblico esercizio.
L’art. 13, comma 5, del D.Lgs. n. 181/2003, stabilisce che le acque idonee al consumo umano non preconfezionate, somministrate nelle collettività ed in altri esercizi pubblici, devono riportare sul contenitore, ove trattate, la specifica denominazione di vendita “acqua potabile trattata o acqua potabile trattata e gassata” se è stata addizionata di anidride carbonica.

L’acqua trattata, erogata dal rubinetto, viene chiamata in questo modo perché viene fatta passare attraverso un apparecchio che la filtra, la refrigera e le conferisce eventuale effervescenza.

Quindi la prima regola che deve essere rispettata è che questo tipo di acqua non può essere somministrata su semplici caraffe, ma in caraffe con stampigliata in maniera ben visibile la denominazione di vendita.

Dal punto di vista normativo, tutti i pubblici esercizi che possiedono apparecchi per trattare l’acqua potabile, dovrebbero comunicarlo, in virtù della normativa vigente, alla propria ASL competente.
In genere occorre presentare una denuncia contenente i seguenti dati:

– comunicazione con data di Installazione dell’apparecchio e della sua messa in funzione;
– dati del certificato di conformità dell’impianto in base alla L. 46/90;
– certificati dell’apparecchiatura rilasciati dall’azienda produttrice;
– frequenza di manutenzione dell’apparecchio.

Inoltre l’azienda deve prevedere nel Piano di autocontrollo almeno un’analisi, nel periodo precedente la data di manutenzione dell’apparecchio, per verificare se la frequenza di Manutenzione è sufficiente e se la macchina funziona correttamente

I pro e i contro dell’acqua “trattata”.

A meno che non si serva acqua di rubinetto, l’acqua trattata risulta essere il modo più economico per risparmiare sulla minerale che, come dicevo all’inizio, negli ultimi tempi ha raggiunto prezzi abbastanza elevati.
Dal punto di vista della sicurezza, invece, è da dire che la somministrazione di questo tipo di acqua, se fatta con superficialità, può creare al gestore seri problemi.
Secondo diversi esperti, infatti, trattare l’acqua con le apposite apparecchiature vuol dire, nella maggioranza dei casi e indipendentemente dal processo utilizzato,  peggiorarne le  caratteristiche originarie, soprattutto per quanto riguarda la contaminazione batterica, la durezza e la salinità.

Altro importante problema  riguarda la proliferazione microbica  che si registra soprattutto se l’impianto prevede serbatoi di accumulo o zone di ristagno.

E’ quindi della massima importanza la manutenzione affidata al gestore del pubblico esercizio che spesso, per superficialità o noncuranza, si dimentica tuttavia di fare.
A tutela dei consumatori restano quindi le  manutenzioni programmate dalle ditte costruttrici, effettuate in determinati intervalli di tempo (6 mesi – 1 anno) che però, a detta di molti, dopo i primi 2-3 mesi non risultano più sufficienti.

Altro problema che potrebbero creare queste apparecchiature riguarda la durezza dell’acqua, visto che nel momento in cui dovesse verificarsi un eccesso di trattamento, con conseguente rilascio eccessivo di sodio da parte delle resine, l’acqua potrebbe diventare non potabile.
(Una durezza troppo bassa e/o un eccesso di sodio rendono infatti l’acqua non potabile).

Per coloro che non provvedono ad effettuare le comunicazioni di cui sopra, la norma in vigore – il D.Lgs, n. 31/2001 –  prevede pesanti sanzioni.

La mancata comunicazione è ad esempio sanzionata con 1.500,00 euro.
Nel caso in cui la macchina dovesse  erogare acqua non potabile, ai sensi del D. Lgs. 31/2001 e succ. aggiornamenti, la sanzione prevista è di € 10.329,14 (20.000.000 di vecchie lire!).

Acqua alla spina
Già in diversi paesi si tratta di una realtà diffusa e presto lo sarà anche in Italia: al ristorante viene servita acqua in una brocca certificata perchè spillata da un rubinetto trattato. Il sistema di distribuzione alla spina in arrivo dall’Europa, coinvolgerà anche la grande distribuzione, così troveremo dispenser ed erogatori di acqua addolcita naturale, gassata o poco gassata.
In pratica il sistema funziona come i distributori di latte fresco.

L’utente può tornare con l’imballaggio originario e riempirlo nuovamente, con notevoli vantaggi economici e ambientali (riduzione di rifiuti e trasporto).

In conclusione
Dalle mie parti si dice che “chi lascia la strada vecchia per una nuova, sa quello che lascia, ma non sa quello che trova!”
Nel nostro caso questo vecchio detto, frutto della saggezza popolare, calza a pennello.
Sostituire l’acqua del pubblico acquedotto, controllata periodicamente dalla ASL competente e dai gestori del servizio idrico, con l’acqua frizzantina e fresca, ottenuta con il filtraggio di apposite macchine, immagazzinata in serbatoi spesso non controllati per noncuranza dai gestori, ad avviso di chi scrive non sembra essere la soluzione ideale per la salute dei consumatori.
E’ tuttavia da evidenziare che il problema non sono le macchine ma i serbatoi; in questo caso, purtroppo, se il gestore è una persona superficiale, i problemi potrebbero essere veramente seri.

Piero Nuciari

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